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Analisi della spesa sanitaria in Italia

L’Italia spende troppo per la sanità?

di Angelo Milazzo

Numeri, dati, fatti: da questi dovrebbero partire non solo la scienza economica, ma anche i politici e tutti i professori prestati alla politica. Infatti i dati affermano che la spesa pro-capite italiana in sanità è praticamente corrispondente alla media OCSE, ma è notevolmente inferiore a quella di Germania, Francia, Regno Unito, e soprattutto dei  Paesi scandinavi. Il paragone risulta poi stridente nei confronti degli USA, nei quali si spende più di ogni altro Paese per la sanità, passando attraverso i privati per fornire i servizi,  ma non riuscendo neppure ad assicurare la copertura universalistica tipica del welfare sanitario europeo.

I dati diventano ancora più significativi se vengono riferiti al Pil destinato alla sanità, sempre notevolmente inferiore a quello del Paesi del Nord Europa, anzi, purtroppo, in contrazione, per effetti della recessione economica. Basta fare un paragone tra la nostra miserevole frazione di Pil, ormai da anni sempre più al di sotto del 7% : il Ministero fornisce il dato del 6,65% per il 2012, e la previsione del 6,34% per il 2014. Il paragone risulta avvilente, nei confronti del 9% di Pil impegnato dalla Germania Federale, o contro il 10% dell’Olanda. Se consideriamo la spesa pro-capite, ci collochiamo già con un 30% in meno rispetto alla Germania, con un 23% in meno rispetto alla Francia, con un 18% in meno rispetto al Regno Unito. Bisognerebbe far rilevare, anche in sede di trattative comunitarie, che l’ ormai stato-guida tedesco spende almeno 1000 euro l’anno in più per l’assistenza sanitaria di ogni suo cittadino, rispetto a quanto spende il nostro travagliatissimo Paese.

Anche le proiezioni nel futuro non sembrano particolarmente allarmanti, per la spesa pubblica, secondo i dati elaborati dalla Ragioneria Generale dello Stato, nonché secondo quelli pubblicati dal Ministero della Salute in data 19 Dicembre 2012. Infatti tutte le proiezioni stimano, nei prossimi 50 anni (sic!), nonostante il drammatico invecchiamento della nostra popolazione, un incremento massimo della spesa pubblica compreso tra lo 0,5 e l’1,3% del Pil. Quindi, anche fra mezzo secolo, continueremo a spendere sempre significativamente meno di quello che già oggi spendono i nostri partner europei. Questi però, nel frattempo, avranno avuto con tutta probabilità il coraggio e la lungimiranza di incrementare ulteriormente la loro percentuale di Pil da dedicare alla tutela della salute dei propri cittadini.

Anche in Italia si stanno diffondendo i Fondi sanitari integrativi, che ormai interessano 4,5 milioni di iscritti, e 1,5 milioni di assistiti. Anche in questo caso, l’incoraggiamento dei governi è stato solo velleitario. Basta considerare che queste spese non sono fiscalmente né deducibili, né detraibili.

Sembra incredibile che, nonostante tutto quello che sta succedendo, il Sistema Sanitario Italiano resti ai primissimi posti nelle valutazioni internazionali. Inoltre, secondo i dati più recenti elaborati dal Censis,  il 71,2% dei cittadini italiani rimane molto soddisfatto dell’operato di tutti gli operatori della sanità. In particolare, il 77, 7%  esprime un giudizio pienamente positivo nei confronti della Medicina di Famiglia. Ma, nonostante i proclami a favore del Territorio, le Cure primarie continuano ad impegnare solo il 6,6% della spesa sanitaria, e la Riabilitazione appena il 2%.

Purtroppo, per far fronte ad una situazione di vero e proprio razionamento delle risorse, abbiamo subito nel corso degli ultimissimi anni ben 5 manovre draconiane di tagli “lineari”. Tutti sono stati caratterizzati da una scarsissima capacità di analisi corretta della situazione, e soprattutto da una incapacità di portare avanti una reale razionalizzazione e riorganizzazione di tutta la sanità. La nostra Regione ha dovuto inoltre affrontare, a partire dall’anno 2007, un terribile Piano di rientro. Ha dimostrato una capacità di sacrificio e una determinazione superiori a quelle di tutte le altre Regioni sottoposte a Piani analoghi, e che contano ormai complessivamente ben 23 milioni di abitanti.  Possiamo affermare che tutti i risparmi sono stati realizzati imponendo sacrifici enormi a tutti gli operatori della sanità, al ceto medio, a tutti i cittadini onesti che pagano al posto di tanti altri: tasse, imposte, ticket, balzelli, vere e proprie esclusioni dall’assistenza pubblica. E’ una situazione che suscita rabbia e sdegno, se si considerano tutti i dati, anche quelli più recenti elaborati dall’Eurispes. Questi attestano che in Italia il Pil sommerso supera i 540 miliardi l’anno, pari ad oltre un terzo del Pil  ufficiale. Inoltre il Pil delle organizzazioni criminali viene valutato in circa 200 miliardi anno. Praticamente ogni 10 cittadini onesti che pagano, ce ne sono altri 5 che evadono o che delinquono, o che fanno assenteismo, o che sfruttano forme di assistenza delle quali non dovrebbero beneficiare.  A questo punto, spremere sempre i soliti fessi, imponendo, come nel caso dei lavoratori della sanità, oltre ai tributi,  carichi di lavoro sempre più massacranti, non sembra una situazione che potrà protrarsi oltre ogni limite di sostenibilità. Perché la tanto decantata “sostenibilità” è stata, e rimane sempre, tutta sulle nostre spalle.

Un minimo di lungimiranza dovrebbe far puntare sull’educazione sanitaria e sulla prevenzione. Basta pensare che il 40% della spesa sanitaria è legata a patologie cronico-degenerative, causate soprattutto da stili di vita nocivi o inadeguati, spesso associati ad una pressante “domanda impropria” di prestazioni diagnostiche e terapeutiche da parte degli “utenti”. Qualunque forme di assicurazione gestita razionalmente  penalizza chi  si determina volontariamente situazioni di rischio o condizioni di vero e proprio danno. Infine, non si dovrebbe dimenticare che circa il 15-20% della spesa sanitaria viene causata dalla cosiddetta “medicina difensiva”, fenomeno che un diverso orientamento della giurisprudenza e della magistratura potrebbe sicuramente arginare.

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