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Editoriale sulla "sanità low cost".

Una sanità “low cost”?  

di Angelo Milazzo

La spesa pubblica per la sanità in Italia corrisponde al 7,37% del Pil (Prodotto interno lordo). Investono più di noi nella sanità i nostri maggiori partner europei: Francia: 9,18%; Germania: 8,92%; Regno Unito: 8,23. Bisognerebbe inoltre considerare che i Pil francesi e teutonici sono sensibilmente più possenti, rispetto a quello italiano. Manca alla Sanità italiana quel punto e mezzo di Pil, che, in effetti, corrisponde grosso modo alla somma 17 miliardi, indicata dalle Regioni come gap, rispetto ai reali fabbisogni dei cittadini.

Ma tant’è, la situazione economico-finanziaria resta sempre drammatica, e la prospettiva indica sempre nuovi tagli o, quanto meno, sempre più severe “razionalizzazioni”.

 

 La nostra Regione, non senza “lacrime e sangue”, è riuscita nel triennio 2007-2010 a contenere l’incremento della spesa entro il 3,5%, rispetto ad una media del 15,6%, fatta registrare dalle Regioni non soggette a Piano di Rientro.

Ineluttabilmente, durante lo stesso triennio, la spesa sanitaria privata ha registrato un incremento dell’8,1%, raggiungendo la stima di 30,6 miliardi di euro, nell’anno 2010. Il settore farmaceutico appare emblematico di questa tendenza: è stato registrato un calo dello 3,5% della spesa pubblica, a fronte dell’incremento dell’11% della spesa privata.

Torno a considerare il concetto di ineluttabilità, in considerazione di alcuni dati inequivocabili. Il welfare europeo, che fa fronte ai bisogni dell’8% della popolazione mondiale, corrisponde al 58% del welfare che viene erogato in tutto il mondo. Fra 30 anni la popolazione europea rappresenterà solo il 4% della popolazione del pianeta. Gli attuali 500 milioni di abitanti dei Paesi UE contano soltanto 75 milioni di giovani sotto i 25 anni d’età, pochi di più di quelli che conta un solo Paese come l’Egitto. Indubbiamente, è proprio l’invecchiamento della popolazione il fenomeno che inciderà sempre in misura maggiore sui costi della Sanità e di tutto il Welfare.

Il nostro Paese inoltra lascia inutilizzati ed emarginati quasi 2 milioni e mezzo di giovani, la cosiddetta generazione Neet, cioè: Not in Education, Employment, or Training.

Non risulta però possibile attribuire la crescita della spesa sanitaria privata solo ai tagli del bilancio pubblico. Sono intervenuti fattori di tipo socio-culturale, che hanno incrementato particolari “driver” di spesa, ad esempio: l’autogestione di alcune cure, il ricorso a medicine non convenzionali, alla medicina estetica, alla chirurgia estetica. Inoltre risulta sempre più prorompente l’insofferenza verso le “liste d’attesa”, anche quando i soggetti interessati hanno problematiche assolutamente non gravi, perfettamente procrastinabili, spesso anche semplicemente voluttuarie o finalizzate al puro “sollievo dall’ansia”.

Il low cost sanitario

Il low cost sanitario rappresenta un fenomeno articolato ed in rapida espansione. Comprende soggetti e modalità operative estremamente variegati. Il target è finalizzato ad intercettare la domanda pagante dei soggetti privati, che è alla ricerca di prestazioni a prezzi ridotti.

Fonti particolarmente competenti indicano in oltre 10 miliardi di euro annui il fatturato potenziale della sanità low cost, con un trend di incremento del 25% annuo. Le tariffe praticate presentano ribassi anche del 60%, rispetto a quelle della libera professione sanitaria. Nel segmento che opera sul web, tramite offerte promozionali, i ribassi possono superare l’80-85%. Alcune società, come la Groupon, hanno già dimostrato capacità organizzative eccezionali. Epicentro del low cost è il settore odontoiatrico, ma sono già interessati in maniera significativa i settori: dermatologico, oftalmologico, dietologico, fisiatrico-ortopedico, psicoterapeutico, quello generico del “benessere” inteso in senso “olistico”. Sono settori peraltro già da molto tempo saccheggiati anche dal fenomeno dell’abusivismo.

Esistono anche, pur se minoritari nell’ambito di questo mercato, soggetti no-profit, che talvolta si affacciano al mercato in una logica di territorio, o di continuità assistenziale.  Ma la gran parte del fenomeno risulta legato a soggetti  for profit, che stanno puntando sulla quantità delle prestazioni, piuttosto che sulla qualità delle stesse. Operano in questo settore tanti giovani medici sotto-occupati, ma anche veri e propri grossi imprenditori che investono in strutture sanitarie e sfruttano a bassissimo costo il lavoro fornito da tanti colleghi. Ciò è stato reso legalmente possibile dalla liberalizzazione selvaggia delle tariffe ormai imposta da: decreto-Bersani, decreti del governo Monti, sentenze della Cassazione, ecc. Questa situazioner rende sempre più difficile l’intervento del nostro Ordine, in sede sanzionatoria. Altrettanto problematico è diventato l’intervento nei riguardi della pubblicità sanitaria.

Le nostre preoccupazioni riguardano i seguenti aspetti del fenomeno: il crollo del decoro della professione medica, la mancanza di controlli di qualità, l’induzione di domande improprie e di risposte inappropriate, il venir meno del principio dell’universalismo. Ma il pericolo maggiore riguarda proprio la salute e l’incolumità dei cittadini, ai danni dei quali già si sono registrate gravi conseguenze in seguito a: viaggi sanitari low cost in Paesi dell’Est europeo, acquisto di farmaci e presidi sanitari on-line, ecc.  

Tutti gli Ordini professionali e tutte le Autorità competenti dovrebbero quindi intervenire sul problema della qualità e della sicurezza dei cittadini. Sono convinto che avrebbero l’appoggio delle  associazioni dei cittadini, dei lavoratori, dei consumatori e, soprattutto, delle associazioni degli ammalati.

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