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Proposta di Programma Elettorale al Congresso Nazionale Elettivo

CONSIGLIO REGIONALE FIMP SICILIA

DEL 6 APRILE 2013

Proposta di Programma al Congresso Nazionale Elettivo

Hotel Ergife – Roma 28, 29 e 30 aprile 2013

“PER UNA NUOVA FIMP” Alessandro Ballestrazzi Presidente

La FIMP Sicilia protagonista del cambiamento

1.       Analisi di contesto

Chi è entrato nel sindacato o nei suoi quadri dirigenti pochi anni fa può essere testimone inconfutabile della importante evoluzione della FIMP che solo 10 anni orsono sarebbe stata impensabile.

 

Tale evoluzione per alcuni aspetti è stata positiva ma per altri ha creato scontento, disaffezione e disorientamenti crescenti, in particolare negli ultimi due anni, trascinando il sindacato in una situazione di crisi tale da indurre molti dei quadri sindacali a ritenere non più rinviabile un’ipotesi di cambiamento radicale. Proprio negli ultimi mesi tale scontento ha raggiunto il suo apice rendendo ancor più stringente e indifferibile l’esigenza di un cambiamento di fronte alla approvazione della riforma all’interno del cosiddetto Decreto Balduzzi. La revisione dell’Art. 8 della legge 502 è stato un evento di importanza epocale e testimonia da sola la rivoluzione professionale, organizzativa e progettuale che inevitabilmente dovrà coinvolgere la medicina territoriale. Pertanto, più volte è stata segnalata la necessità di approntare in tempo utile un progetto obiettivo per la pediatria del territorio che, coinvolgendo l’intera categoria, fosse in grado di assorbire, con il minor impatto possibile per la nostra professione, le prospettive di sanità pubblica prepotentemente disegnate, da parte delle istituzioni e della politica e rappresentate dal progetto di riforma. All’interno di questo disegno, appariva chiaro l’elemento chiave della riforma, rappresentato dal previsto e fortemente perseguito trasferimento di responsabilità dalle Aziende alla medicina territoriale, non solo in merito alla tutela della salute dei cittadini ma anche del pieno conseguimento degli obiettivi indicati dalla programmazione nazionale e regionale, che impongono alla categoria di garantire attraverso un inevitabile processo di integrazione orizzontale e verticale il processo di erogazione dei Lea assistenziali e la continuità dell’assistenza h24 e 7 giorni su 7.

Per questo motivo sarebbe stato necessario elaborare, così come più volte abbiamo sollecitato, attraverso proposte concrete, un progetto obiettivo per la pediatria del territorio, con la relativa strategia sindacale a supporto, frutto di un confronto interno al sindacato invece che  presentarsi ad un appuntamento tanto cruciale e storico, con qualche idea raccogliticcia, modesta e sostanzialmente derivata da documenti altrui e inappropriati per la pediatria e peggio ancora al seguito della FIMMG, che persegue, e non potrebbe essere altrimenti, obiettivi legittimi ma diversi dai nostri. Pertanto, tale strategia di basso profilo ha fatto si che venisse recepito molto poco della specificità della pediatria di famiglia.

Semplificando al massimo, si può quindi dire che lo scontento è causato dalla percezione da parte di molti iscritti e anche di molti quadri dirigenti di una divaricazione crescente tra ruolo, divenuto prevalente, che la FIMP si è assunta legittimamente nella pediatria italiana (culturale, scientifico ma non solo) e ruolo sindacale che sempre di più appare come improntato a un sindacalismo vecchio stile che rincorre i problemi senza proporre mai soluzioni innovative, in un’ottica di sostanziale conservazione, che inevitabilmente rende il sindacato impreparato di fronte alle sfide che l’oggi ci propone, sfide che come stiamo vedendo in questi giorni hanno subito un’accelerazione improvvisa quanto prevedibile.

Le cause di questa crisi risiedono in gran parte nel metodo di gestione interna della FIMP e nel comportamento di alcuni quadri dirigenti attuali, che in modo progressivo, negli ultimi tre anni, non hanno saputo tener fede al proprio ruolo, alle proprie responsabilità e agli impegni assunti, determinando un crescente distacco della dirigenza rispetto alla base. A tutto ciò va aggiunta l’autoreferenzialità di molti dirigenti e infine la costituzione di centri di potere autonomi all’interno del sindacato, in particolare quelli  economici. A tutti questi fattori fa da cornice il mancato rinnovo della classe dirigente del sindacato.

 

2. Le criticità

2.1 La Presidenza

Una organismo del sindacato che è andato incontro alle maggiori trasformazioni è stato proprio la Presidenza Nazionale. Il modello ed il metodo gestionale ed esecutivo della FMP, infatti, sono profondamente e rapidamente cambiati rispetto ad appena 5 anni fa, quando la Presidenza, coadiuvata dalla Segreteria Nazionale, rappresentava il collettore di numerose ed eterogenee esigenze e spinte progettuali, che si manifestavano nell’attività del vecchio Comitato Centrale.

L’attuale modello di governo della Presidenza, come definito dallo statuto del 2009, in parte deriva dalla progressiva impotenza decisionale del modello ‘Comitato Centrale’, che tutti ricordano e dall’altro da un subdolo e sleale disegno, che facendo leva sulla necessità di avere un organismo più flessibile, snello ed efficace sotto il profilo decisionale, identificato nell’attuale Segreteria Nazionale, ha permesso tale radicale cambio dello statuto. D’altro canto, l’attuale profilo Presidenza è determinato, in gran parte, dalla
forte caratterizzazione indotta dall’attuale Presidente, che ha provocato una sua eccessiva ridondanza, sostanzialmente solitaria e di fatto totipotente, con un progressivo svuotamento delle funzioni della Segreteria Nazionale, ridotta sempre di più a mera camera di approvazione burocratica di decisioni prese altrove e sempre più spesso a camera di compensazione delle tensioni accumulate, con una logica del ‘tutti contro tutti’ che negli ultimi mesi ne ha determinato di fatto la paralisi. Pertanto per un verso è ormai divenuto urgente ed indispensabile riformulare la gestione in senso collegiale, dall’altro è più che mai urgente imporre un cambio dei quadri dirigenti della FIMP, che siano più integri, corretti e rispettosi nella gestione del bene comune.

2.2 La Segreteria Nazionale

La Segreteria Nazionale, quindi, deve essere dotata di una propria autonomia organizzativa e di un reale potere di esame delle decisioni della Presidenza con una chiara definizione dei poteri di veto e di controllo. Inoltre è necessario garantire la presenza in Segreteria Nazionale di una rappresentanza femminile, è indubbio che in un ambiente conservatore come quello del sindacato sia necessaria un’azione di rottura in questo senso, tanto più necessaria e doverosa se si consideri che oramai il numero delle pediatre sopravanza significativamente il numero dei pediatri.

2.3 La Tesoreria

Per quel che riguarda la Tesoreria Nazionale, l’inserimento nello Statuto di una norma cogente per il ripiano annuale del bilancio del sindacato permetterebbe una maggiore trasparenza dei conti evitando al contempo la necessità di continui salvataggi in extremis che comportano rischi sostanziali per la tenuta interna del sindacato. Da qui la necessità di definire un preciso regolamento della Tesoreria Nazionale permettendo al Tesoriere Nazionale una reale autonomia nella gestione e la conseguente possibilità di incidere sulle scelte e vigilare sulla sostenibilità economica delle iniziative della Presidenza.

2.4 Lo Statuto

Oltre lo sbilanciamento tra una Presidenza totipotente, una Direzione Nazionale che è e deve rimanere un organo essenzialmente tecnico e una Segreteria Nazionale che di fatto non è in grado anche statutariamente di svolgere efficacemente il proprio ruolo, è evidente come l’articolazione attuale dello statuto sia gravata da numerose contraddizioni e lacune, che già hanno creato numerosi problemi interpretativi e quindi procedurali.

Un’altra importante lacuna è la mancata stesura dei regolamenti, che invece avrebbero dovuto essere presenti fin da subito nello Statuto del 2009, strumenti fondamentali sul piano operativo, perché divengono esplicativi ed attuativi dello statuto. Inoltre, la presenza di molte lacune obbliga al rimando a fonti di diritto primarie, primo fra tutti il Codice Civile. Per tutte queste considerazioni, appare necessario all’interno nel programma elettivo del nuovo gruppo dirigente, una riforma dello Statuto almeno sui seguenti punti: 

–        Omogeneizzazione delle parti esistenti ed eliminazione delle incongruenze, particolarmente per quanto riguarda i titoli riguardanti gli organi periferici del sindacato.

–        Riformulazione delle mansioni della Segreteria Nazionale prevedendo in maggiore dettaglio funzioni e poteri dei singoli membri in base ai ruoli assunti.

–        Piena attuazione del ruolo della Direzione Nazionale, anche dal un punto di vista economico.

–        Veste giuridica della Segreteria Regionale. La regionalizzazione spinta ha reso obsoleta la figura del Segretario Regionale come semplice coordinatore dei singoli segretari provinciali. Ciò è dettato anche dalla recentissima riforma delle province.

–        Obbligo di ripiano del bilancio.

–        Norme chiare sui meccanismi elettivi di tutti gli organi statutari e sulla loro decadenza.

–        Limiti al numero di mandati per assicurare e facilitare il ricambio generazionale.

2.5 Il sistema di finanziamento

La FIMP come organizzazione non riconosciuta ha l’obbligo di derivare il proprio finanziamento per lo più dalle quote associative. Tuttavia, la forte proiezione della FIMP su base nazionale con la riappropriazione da parte del sindacato di funzioni storicamente non sindacali (ricerca, formazione ecc.) ha comportato la necessità di reperire ingenti risorse. Le fonti di finanziamento del sindacato sono fondamentalmente tre: 1) una parte derivante dalle quote degli iscritti; 2) una parte derivante dai proventi di collaborazioni varie dovute alla società di servizi (FIMP Progetti); e 3) una quota derivante dalla vendita del congresso nazionale. L’equilibrio tra le diverse quote deve essere rispettato per mantenere il carattere no profit del sindacato, con le relative agevolazioni fiscali.

La fuoriuscita della Lombardia, ha provocato una importante riduzione della quota derivante dalla fuoriuscita da FIMP di quegli iscritti. Inoltre, la crisi economica generale rende più critica la vendita delle future edizioni del congresso nazionale, ridimensionatosi già nel 2012. Per superare questa molto concreta empasse economica occorre: 1) accentuare la razionalizzazione delle spese, in particolare quelle relative a consulenti e dipendenti; 2)  riformare il sistema delle quote nazionali; 3) rilanciare la società di servizi (Fimp Progetti) sotto la cui egida devono essere ricondotte tutte le attività economiche della FIMP.

2.6   FIMP Progetti

La FIMP Progetti com’è noto è nata nella fase di liquidazione della vecchia GestiFimp, per continuarne l’attività sia pure su premesse diverse. Un vantaggio è stata la sua costituzione in srl a socio unico, eliminando i problemi derivanti dalla presenza del socio minoritario. La riformulazione nel 2012 del suo statuto con l’introduzione del Comitato Tecnico che ha affiancato l’Amministratore unico, ha rappresentato un notevole passo avanti tanto più che membri di diritto ne sono il Tesoriere nazionale e il Segretario nazionale all’organizzazione. Tuttavia, la tendenza dell’attuale Presidenza di utilizzare altri partner per la gestione di contratti e fonti di finanziamento, ha di fatto svuotato le funzioni di Fimp Progetti che quindi deve essere riportata al centro delle attività finanziarie di Fimp, come del resto prevede lo statuto.

2.7 La Fondazione FIAP

Per quanto riguarda la Fondazione FIMP, lo scorso anno, è stata operata una profonda riforma, sia con il cambiamento dello statuto e un’organizzazione più snella e meno dispendiosa, sia attraverso una maggiore efficienza. Tuttavia, occorre una decisione definitiva sul suo ruolo. I recenti avvenimenti relativi alla RC professionale e i continui tentativi di interferenza da parte della Presidenza, proponendo alternative non trasparenti, nell’intento di spostare la gestione, ancora una volta, lontano dalle sedi istituzionali della FIMP, ne hanno messo in discussione l’esistenza. Occorre al contrario rilanciare con forza Fondazione FIAP, il cui CdA dev’essere espressione di tutta la FIMP quale garanzia di trasparenza e di controllo.

2.8 La mission della FIMP

L’analisi della mission della FIMP ha determinato nella FIMP un forte dibattito in merito. Un numero crescente di iscritti e di quadri dirigenti, anche apicali, invocano con varie motivazioni un ritorno al passato, cioè a un sindacato che curi esclusivamente gli interessi economici e professionali degli iscritti e dismetta gli orpelli culturali di cui si è adornato.

La tentazione di approvare questo punto di vista è forte ma esso è frutto di un modo superficiale e dilettantistico di interpretare e gestire il necessario cambiamento, trascinati più dall’onda emotiva dello scontento, della disaffezione e del disorientamento che si vive al nostro interno. La pediatria di famiglia è qualcosa che esiste in Italia e in nessun altro paese. Dal nulla i pediatri di famiglia italiani hanno creato una nuova specialità pediatrica, quella appunto della pediatria di famiglia, cioè di una forma peculiare di pediatria del territorio che oramai si è radicata nel paese e che ha sviluppato un suo know-how specifico. Di contro, però, le istituzioni scientifiche, in primis l’università, le scuole di specializzazioni e le società scientifiche, completamente orientate su sé stesse, sono state clamorosamente assenti da questo processo, salvo poi a rivendicare un ruolo quando il processo era giunto a compimento.

Ne deriva che è più che naturale, anzi necessario, che il sindacato, il luogo naturale di aggregazione di chi fa un lavoro dopo esserselo inventato nel corso degli ultimi vent’anni, si faccia carico anche delle istanze culturali e scientifiche di questo stesso lavoro.

Discorso analogo può essere fatto per le reti e le scuole. A parte alcune incertezze e sbavature inevitabili in un processo di questa portata, e l’attuale deriva commerciale, il sindacato riempie attraverso le reti e le scuole un vuoto che dovrebbe essere l’università a colmare, cosa che invece non fa, cioè prevedere un insegnamento specifico per la pediatria di famiglia nei propri ordinamenti e prevedere corsi d’eccellenza riferiti alla pediatria di famiglia, patrimonio che va profondamente riformato ma non disperso.

Se la FIMP è la pediatria italiana oltre a dire la sua su formazione, scienza, cultura e quant’altro – cosa che già autorevolmente – deve dire la sua sul futuro della pediatria in questo paese. È proprio questa la consapevolezza che manca, la consapevolezza della necessità di dire una parola chiara e forte sul futuro della pediatria e sull’assistenza pediatrica nel nostro paese che non può limitarsi  agli slogan dei congressi nazionali, bellissime idee finite nei titoli dei quotidiani dove però sono rimaste.

 

3. Conclusioni progettuali

Negli ultimi due anni la FIMP si è occupata di sindacato solo quando è stato necessario ed in modo minimale, al vecchio modo, giocando di rimessa e lasciando sostanzialmente l’iniziativa alla parte pubblica. In tutto ciò si è innestato l’utilizzo dei mandati da parte dell’attuale Presidenza, spesso ottenuti senza un reale dibattito, che se da un lato ha garantito la correttezza formale dei processi decisionali, dall’altro li ha svuotati e sviliti con la conseguenza che molti quadri sindacali sanno bene quale sia il progetto, la strategia e la linea politica del sindacato. Di conseguenza la mancanza di dibattito e di una scuola sindacale ha portato, da un lato ad un’informazione sui fatti sindacali sempre più stereotipata e autocelebrativa e dall’altro ad un progressivo impoverimento delle competenze e delle capacità progettuali e negoziali delle attuali classi dirigenti.

Quindi se è vero che la FIMP è il vero soggetto forte della pediatria italiana, ebbene deve essere in grado di esprimere un progetto commisurato alle sue ambizioni. Progetto che deve partire dall’analisi di alcuni accadimenti. Dopo un lungo periodo in cui la crescita della pediatria sul territorio sembrava continua e senza ostacoli, ora la categoria sembra messa in un angolo. Numerosi sono i fattori che contribuiscono a questa situazione. Possiamo elencarne alcuni. La diminuzione del numero dei pediatri che a partire dal 2015 porterà a una contrazione sostanziale della capacità della pediatria di famiglia di ‘occupare’ il territorio. La contrazione delle risorse per tutto il comparto della sanità che sembra penalizzante soprattutto per quelle categorie come la pediatria di famiglia che sulla medicina di iniziativa e sulla prevenzione basano in modo precipuo il proprio operato. Un sostanziale disinteresse da parte del governo per l’infanzia e i suoi problemi con il conseguente dirottamento di risorse su altri settori, primo fra tutti quello della terza età. Il mancato decollo della medicina del territorio che soffre della contrazione delle risorse e d
ella mancanza di una vera e propria programmazione di sistema. A questo si deve aggiungere una certa voglia di ‘resa dei conti’ da parte di altri soggetti della pediatria istituzionale che da un lato vedono nella pediatria di famiglia il ‘parco buoi’ al quale attingere per i propri scopi (si vedano a tale proposito i ricorrenti tentativi di settori della pediatria universitaria e ospedaliera di delegare in modo totale alla pediatria di famiglia il problema delle urgenze-emergenze) e dall’altro vogliono approfittare della presente situazione di crisi per ridimensionare il ruolo della pediatria di famiglia, confinando la categoria nell’età di esclusiva, magari con il plauso nascosto di altri settori della medicina del territorio. È quindi necessario che in tempi brevi il sindacato sia in grado di elaborare un progetto organico di riforma della pediatria di famiglia che tenga conto degli scenari descritti e che permetta: da un lato di gestire l’assistenza con un ridotto numero di pediatri e dall’altro di migliorare ed espandere la qualità dell’assistenza, anche se purtroppo l’occasione rappresentata dal Decreto Balduzzi e dalla riforma dell’Art. 8 sono state un’occasione perduta che probabilmente non si ripresenterà tanto presto, a meno di un cambiamento radicale dello scenario politico, che in atto sta vivendo una crisi inedita di identità valoriale, culturale e progettuale, molto complessa e di difficile soluzione.

Ma per affrontare tali scenari e proporsi come interlocutori accreditati e credibili occorre un profondo rinnovamento del sindacato, il superamento dell’attuale fase di stasi e un progetto che veda il rilancio e il compimento della sua mission.

3.1   Il futuro

La sfida che ci attende è quella di sostanziare con contenuti attendibili un progetto che deve essere portato avanti nei luoghi della politica ma anche presentato al pubblico con un utilizzo efficace dell’ufficio stampa che attualmente sembra più impegnato in un’azione di lobbying marginale che in una campagna su vasta scala (viene quasi il sospetto che non si voglia disturbare il manovratore o altri soggetti sindacali in un’ottica consociativa che appare sempre più autolesionista). La FIMP ha i mezzi e le eccellenze per progettare il futuro e ha anche la capacità di cercare nella politica le alleanze necessarie per un progetto di questa portata, senza farsi intimidire da alleati di dubbia buona volontà.

In un’ottica di rinnovamento, il tema dell’unità sindacale è della massima importanza. È quindi della massima importanza sviluppare un atteggiamento inclusivo, diverso dal recente passato causa di gravi scissioni, ma se in questo processo di rinnovamento, qualcuno si assumerà le responsabilità di rompere ulteriormente l’unità sindacale, in nome della difesa di rendite di posizione, si dovrà fare carico delle conseguenze che tale rottura avrebbe sul peso della categoria di fronte alle istituzioni.

In conclusione, diviene fondamentale, alimentare e sostenere una cultura di governo responsabile e operativa, attraverso una squadra che esprima le migliori menti della FIMP, in un’ottica di ricambio generazionale e che liberi le energie presenti nelle province e in generale nella base, secondo una logica inclusiva che superi le contrapposizioni.

Se saremo capaci di portare avanti questo progetto, allora avremo protetto il sindacato dall’attuale sclerosi e dalla deriva centralistica e disgregante che ora lo caratterizza, saremo in grado di affrontare le sfide che abbiamo di fronte, rimettendo al centro il sindacato. Ma non basta. Se non siamo capaci di capire le trasformazioni in atto che non riguardano solo FIMP ma tutto il ruolo del sindacato, saremo destinati alla sconfitta. Se saremo capaci di adattare le parole vecchie agli oggetti nuovi, allora riusciremo a vincere la sfida. Per questo dobbiamo avere fiducia nel futuro e nella nostra capacità di affrontarlo. Noi forse siamo una piccola realtà da un punto di vista numerico ma siamo grandi per quel che rappresentiamo. Basta solo ricordarlo e potremo affrontare, uniti, qualsiasi sfida.

 

Proposte generali di riordino delle cure primarie pediatriche, il modello siciliano può fare scuola.

La sorprendente, pregevole e proficua dialettica che si sta sviluppando, all’interno del forum “Nuova pediatria”, ha spinto anche la nostra Fimp Regionale a dare il proprio contributo, che è la sintesi dell’approfondito dibattito che nella nostra Regione ci impegna da oltre due anni. 

Partendo dal principio di adesione (obbligatoria) a forme associative sembra essere divenuta, purtroppo, una strada obbligata per rispondere alla richiesta di continuità assistenziale, anche se siamo convinti che attraverso uno sforzo intellettuale adeguato, siano possibili soluzioni diverse, anche perché l’obbligatorietà potrebbe essere causa di un peggioramento dell’offerta anziché un miglioramento della risposta, sia in termini di qualità che di soluzione ai reali bisogni, scongiurando il meccanismo perverso: maggiore offerta/maggiori bisogni. Occorre cioè rimodulare il sistema di modo che il nuovo modello di assistenza sanitaria sia costruito intorno ai reali bisogni dei pazienti, riqualificando la funzione della pediatria di famiglia, intensificando la continuità e l’uniformità delle cure pediatriche, l’appropriatezza clinica, prescrittiva ed organizzativa.

In questo contesto bisogna dare spazio ad un Progetto, sistematico e condiviso, di Continuità delle Cure, che andrà ad ampliare l’attività di pediatria di famiglia anche nelle ore e nei giorni attualmente non coperti, lasciando a livello delle Regioni ed alle loro diversità il compito di attuare tale Progetto negli accordi regionali specifici, con vari livelli organizzativi, finalizzati comunque al raggiungimento dell’obiettivo comune che parta dall’assicurare, alla famiglia del nostro piccolo assistito, la certezza del contatto, e che, quindi, garantisca all’assistito l’accesso in orari certi, sia mattina che pomeriggio, principalmente per le condizioni non differibili, che comunque in pediatria sono sporadiche, evitando però di spostare sul territorio, quindi sulla pediatria di famiglia, gli attuali problemi di accesso libero ed indiscriminato al P.S.

Bisogna, quindi, incentivare l’adesione alle forme aggregative, non soltanto
con forme di gratificazione economica, ma anche, per esempio,  attraverso un aumento del massimale ai gruppi in associazione, ciò potrebbe essere la strada migliore per ottenere dai pediatri maggiore disponibilità e premiare chi lavora di più a svantaggio di chi lavora meno.  

La proposta, invece, di legare il compenso capitario, o parte di esso, all’orario  di servizio potrebbe rappresentare un pericoloso ritorno a tentativi di passaggio alla dipendenza, di cui si accetterebbero i lati negativi senza godere dei lati positivi (ferie pagate, malattia, tredicesima e il non dover cercare un sostituto). La strutturazione del compenso dovrebbe continuare ad essere espressione, fatta salva la quota fissa, di servizi garantiti, obiettivi da raggiungere e/o raggiunti, disponibilità a fasce orarie non ancora coperte, sulla base di progetti e sperimentazioni di qualità.

Quello di cui le famiglie hanno bisogno però è un’assistenza qualitativa, più che quantitativa. Il rapporto, infatti, che si instaura tra un bambino e il suo pediatra è speciale. Intanto, perché il pediatra, incontra la famiglia e visita il piccolo decine di volte in particolare nei primi tre anni di vita. In questo percorso sono le mamme, soprattutto, che hanno bisogno di instaurare un rapporto di estrema fiducia con il pediatra che segue il loro bambino. Hanno bisogno di poterlo contattare con agio; al telefono, in studio, ricevere materiale informativo, ecc., magari ampliando in modo adeguato l’orario di ricevimento. In questo modo si ottiene un’assistenza qualitativa che riduce la necessità emotiva di un’assistenza quantitativa. La vera urgenza in campo pediatrico non è frequente, in quel caso è necessario rivolgersi al Pronto Soccorso, ma diventa rara se il pediatra di base garantisce assistenza di qualità. In Sicilia, per esempio, abbiamo previsto nell’AIR del 2011, i Presidi di Primo Intervento Pediatrico, che assicurano la presenza del pediatra di famiglia, in quasi tutti i Distretti Sanitari della Sicilia, 10 ore il sabato, la domenica, i prefestivi e i festivi, inoltre durante gli altri giorni i pediatri siciliani garantiscono, nell’arco della giornata la possibilità di accesso e di risposta per le prestazioni non differibili, che in pediatria sono realmente rare, sia attraverso 6 ore di disponibilità telefonica, sia attraverso l’ampliamento degli orari di studio, grazie alle varie forme associative, già operanti da anni. Ciò a tutela della “certezza del contatto” e della “Continuità delle Cure” che assicura la qualità, l’efficacia e l’efficienza del sistema.

L’iter attuativo del Decreto Balduzzi sarà in divenire. Si dovranno realizzare i nuovi Accordi Collettivi Nazionali, a partire dall’Atto d’indirizzo, la cui negoziazione potrà partire nel 2015, a causa dello stop al rinnovo contrattuale imposto per legge fino al 2014. E poi, non facciamoci illusioni: servono fondi adeguati per realizzare questo progetto che deve puntare all’eccellenza per quel che riguarda la performance professionale. La riorganizzazione di tale servizio, comporterà nuovi carichi di lavoro ai singoli medici che devono essere centrati sulla qualità, occorrerà individuare e attivare specifiche strutture, adeguatamente attrezzate sul piano della piccola diagnostica (self-help) e del personale infermieristico, che potrebbe essere finanziata attraverso risorse derivanti dal reale e mai attuato ridimensionamento della rete ospedaliera, sperando che tali risorse liberate poi finiscano concretamente a realizzare tali processi sul territorio.

 IL CONSIGLIO REGIONALE FIMP SICILIA

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