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SCIENZA E DIGNITÀ

SCIENZA E DIGNITÀ

di Angelo Milazzo

Anche in occasione del “caso Stamina”, molti Ordini dei Medici non hanno taciuto e non hanno mai vacillato. Hanno anteposto eticamente l’onestà e il rispetto che la scienza e la medicina devono alla dignità dei malati e delle loro famiglie. Non hanno fatta propria, opportunisticamente, qualche comoda ed ingannevole predica moralistica sulla compassione, la pietas, l’amore, ecc.
Hanno  riaffermato il principio inderogabile che una terapia può essere ritenuta tale: “solo se ci sono prove”.
In qualunque Paese civile, sarebbe stata sufficiente l’ordinanza dell’Agenzia Regolatoria (AIFA) ed i riscontri raccolti dai Nas, per chiudere la vicenda e limitare i danni. Invece, si sono verificate sentenze di giudici che giustificavano ed ordinavano i trattamenti con argomenti inverosimili, contrapposti alla logica della scienza, ma anche a quella del diritto. Abbiamo assistito all’autopromozione di artisti e programmi televisivi trash e lacrimosi, alle perverse dinamiche dei social media, a miserabili giochi di potere politico. Lo spettacolo più inquietante credo sia stato rappresentato dalle escandescenze di genitori e familiari di ammalati,  accecati da insane emozioni, scatenati nel voler a tutti i costi trasformare i propri congiunti in cavie umane, sottoposti all’imbonimento di individui che non potevano assicurare una sia pur minima razionalità nei trattamenti. Il tutto, per poter giustificare se stessi, per aver “tentato l’impossibile”. Cosa c’entri tutto questo con il reale rispetto della dignità e delle sofferenze dei malati, penso sia molto difficile da comprendere.
E’ proprio desolante vedere ridotta a questi livelli la nostra italietta, Paese che ha dato i natali a molte idee della modernità, inclusa la filosofia generale del metodo scientifico che, infatti, è denominato ” galileiano”.
Ora siamo al tempo dei “pentimenti”. Medici, amministratori, Comitati Etici, show-men : molti ammettono i propri errori e giurano sulla propria “buona fede”, cercando di ovviare a responsabilità penali, civili, deontologiche. Infatti, l’adozione generalizzata del famigerato metodo, avrebbe potuto costare anche la bazzecola di 45 miliardi di euro (sic!), per il nostro disastrato Sistema Sanitario. Tutto questo, mentre i nostri ricercatori seri, quelli veri, debbono aspettare anni ed anni, salire “l’altrui scale”, sfidare una burocrazia immensa, solo per raccogliere più elemosine, che vere e proprie risorse.
Medicina, comunicazione, empatia.
Tutti i “soloni” che hanno dovuto ammettere l’inderogabilità al metodo scientifico, hanno però colto l’occasione per richiamare alla necessità di rendere più umana, compassionevole, empatica, la medicina. Viene infatti ragionevolmente sostenuto che l’eccessivo tecnicismo, l’esasperata superspecializzazione, abbiano fatto perdere la visione olistica della persona ammalata o da tutelare, lasciando campo libero a: comunicatori, chiacchieroni; ciarlatani sì, ma: “empatici e convincenti”.
In realtà sono millenni che i medici vanno raccomandandosi l’un l’altro di mostrare simpatia e compassione per i malati, perchè fin dagli albori della medicina si è ritenuto che questo generasse fiducia nel medico, e che quindi ne guadagnasse sia il rapporto con i pazienti, sia la professione. In una certa fase storica , però, la medicina è diventata scientifica e, più recentemente, si è imposta la cultura dell’autodeterminazione del paziente. Questi nuovi contesti hanno fatto ritenere, spesso acriticamente, che l’efficacia e l’efficienza tecnico-operativa avessero reso meno necessario far uso di sentimenti per rafforzare la fiducia dei pazienti. Per molto tempo abbiamo pensato che un’infezione batterica o un’appendicite si possono trattare con la stessa efficacia, suscitando ammirazione nei malati, sia che ci si dimostri empatici, sia che si abbia un carattere scontroso. E’ una visione che ha conosciuto un certo revival, in seguito alla serie del “Dottor House”, medico molto geniale, ma: scorbutico, provocatore, convinto assertore che “bisogna interessarsi delle malattie, e non dei malati”.
Inoltre, il paternalismo medico, che era pur sempre una sorta di empatia, è entrato in crisi, in un mondo che valorizza l’autonomia, i diritti, le scelte individuali. Molti Colleghi ritengono che, In fondo , per difendersi in sede di contenzioso, vale molto più un “consenso informato” impeccabile, che un difficilmente dimostrabile rapporto empatico. Ma questa visione cozza stridentemente con i dati statistici, che dimostrano inequivocabilmente che sono  proprio l’efficace comunicazione e il rapporto empatico-affettivo con le persone, i migliori deterrenti alla presentazione di denunce. A parte i cittadini che vogliono dolosamente speculare sulle disgrazie dei loro familiari, il primum movens di molte denunce è proprio la rabbia di non essere stati trattati con umanità, di non aver avuto tutte le spiegazioni e la comprensione di cui si sentiva il bisogno.
I medici devono quindi acquisire abilità di comunicatori e di scrupolosi “mediatori culturali” tra i linguaggi scientifici ed i diversi registri della comunicazione sociale, debbono ovvero acquisire un “agire comunicativo”. Del resto già Ippocrate aveva definito la medicina l’arte lunga, capace quindi di abbracciare tanti saperi.
L’epidemiologia delle patologie si è modificata profondamente. La marea montante delle malattie cronico-degenerative impone la formazione di tutti gli operatori sanitari, sul piano della comunicazione con i pazienti e con i loro familiari. Tali patologie infatti esigono modifiche negli stili di vita, nelle abitudini, nei pregiudizi della gente. Le terapie diventano sempre più affidate ai pazienti stessi, per cicli molto lunghi, con necessità di auto-monitorizzazione di certe condizioni.
Sicuramente, molto possono aiutare le moderne tecnologie, soprattutto quelle correlare alla tele-assistenza ed alla tele-medicina. Ma c’è bisogno soprattutto di un miglioramento di tutto il livello culturale, di tutta la popolazione. Occorre creare le condizioni culturali e di informazione affinché i cittadini non diventino facile preda degli innumerevoli ciarlatani o truffatori, anche muniti di lauree ed abilitazioni, che ronzano intorno alle famiglie colpite da gravi sofferenze.